Antico Egitto. En Sabah Nur, detto Apocalisse e venerato come un dio,
sta per compiere il rito di trasferimento della sua anima nel corpo di
un mutante che ha il potere di rigenerare le proprie ferite, ottenendo
così l'immortalità, ma un gruppo di ribelli lo imprigiona sotto una
piramide.
Nel 1983, mentre il mondo è ancora in debito con Raven e il Prof. X per
aver salvato il Presidente degli Stati Uniti e Magneto ha provato a
rifarsi una vita e una famiglia mantenendo l'anonimato, un gruppo di
fanatici risveglia dal suo riposo eterno Apocalisse, più che mai
intenzionato a riprendere il posto che gli spetta sul trono del mondo.
Riuscire a rendere nuovamente interessanti e coinvolgenti le vicende dei
mutanti Marvel senza tradire le aspettative di un film che sia - perché
così deve essere per la "Casa delle Idee", si tratti di Disney o di Fox
- più grande, grosso e appagante del precedente. Un compito non
semplice per Bryan Singer, che per X-Men: Apocalisse si assume
più di un rischio. Come mettere in scena un mutante più potente di tutti
gli altri e ricontestualizzare i personaggi noti della saga,
schierandoli con o contro di lui, fino a pizzicare il mondo sepolto
dell'Antico Egitto, cercando di evitare le trappole da peplum digitale
stile Gods of Egypt.
Una quantità di cose difficile da contenere in un solo film,
spropositatamente dilatato, con una parte conclusiva interamente
dedicata al drammatico scontro tra i mutanti, con il destino del mondo
come posta in palio. Paradossalmente, è proprio questa battaglia epica
attorno a cui tutto dovrebbe ruotare a funzionare meno: troppe le
aspettative, troppe le forze centrifughe, fino a rendere impossibile
anche per uno stratega degli intrecci come Singer mantenere una coesione
generale. La minaccia di Apocalisse, un mutante immortale e più potente
di tutti gli altri, non fa mai davvero paura, o ne fa assai meno del
Magneto di X-Men 2 o di X-Men - Giorni di un futuro passato,
e l'eccellenza tecnologica non si traduce automaticamente in
coinvolgimento su più livelli narrativi. Alcuni mutanti restano
bidimensionali, mentre la loro dimensione umana è già stata
abbondantemente sviscerata, a cominciare da quella di Magneto e della
sua odissea infinita, dal lager di Auschwitz in avanti.
Dove X-Men: Apocalisse invece convince è nel tentativo di
trovare un gancio con la realtà o con altri media, senza abbandonarsi
totalmente al delirio di esplosioni e scomposizioni della materia da
über-disaster-movie digitalizzato. Ad esempio, la scelta di
Raven/Mystique come oggetto di fandom, idolo invisibile e inarrivabile
per masse di teenager mutati e disagiati, è un richiamo diretto al fatto
che Jennifer Lawrence sia uno dei pochi volti realmente iconici per le
nuove generazioni (e ogni riferimento a Hunger Games
è tutt'altro che casuale); e questo elemento, anziché allontanare lo
spettatore dall'universo narrativo, finisce per coinvolgerlo
maggiormente nel plot. D'altronde, esaurito l'effetto prequel e
rimandata a data da destinarsi la riscrittura di un finale che non ha
convinto nessuno (X-Men - Conflitto finale),
il futuro della saga vive nel suo riavvicinamento con il suo pubblico e
con la dimensione adolescenziale (una delle scene più riuscite è quella
in cui un timido Scott/Cyclops conosce una giovane Jean). Il futuro è
(ancora) nel sociale: vince la connessione (mentale) migliore, perde chi
rimane solo.
Più X-men guarda al suo lato di romance e teen movie,
sganciandosi dal puro disaster, e più chance avrà di sopravvivere alla
malattia da gigantismo che rischia di far collassare il dominio, fin qui
incontrastato, dei blockbuster di supereroi.
domenica 26 novembre 2017
domenica 12 novembre 2017
NON SONO DEI SUPEREROI MA LI ABBIAMO ASPETTATI TANTISSIMO !! FINALMENTE AL CINEMA
La loro rivalità, in occasione
del confronto a Wimbledon, è alimentata ad arte dal circo mediatico: il
dio scandinavo e il ribelle di origine irlandese, il martello pneumatico
dall'ipnotica oscillazione sulla linea di fondo e il coltello a
serramanico dalla lama affilata da sfoderare all'improvviso, come un
gangster in uno speakeasy.
Il pubblico sta dalla parte del
compassato Borg ma ama anche detestare il collerico McEnroe. E in vista
dell'incontro i due campioni si studiano a vicenda, riconoscendo
nell'altro la propria stessa voglia di vincere.
Il regista danese Janus Metz Pedersen mette in scena uno dei match più importanti del secolo scorso e ne sottolinea le valenze metaforiche con l'aiuto di una sceneggiatura, firmata dal regista-autore svedese Ronnie Sandhal, estremamente accessibile anche a chi non conosce la storia di quell'evento. La finale di Wimbledon '80 è rappresentata come una partita in cui il match point, se vincesse McEnroe, sarebbe in realtà uno scacco al re, e Metz Pedersen e Sandhal mostrano il percorso obbligato dei due contendenti che, per indole o per pressioni esterne, sono entrambi condannati all'eccellenza. E al contempo fotografano efficacemente la trasformazione epocale del tennis da sport di gentiluomini a spettacolo di rockstar.
Il regista danese Janus Metz Pedersen mette in scena uno dei match più importanti del secolo scorso e ne sottolinea le valenze metaforiche con l'aiuto di una sceneggiatura, firmata dal regista-autore svedese Ronnie Sandhal, estremamente accessibile anche a chi non conosce la storia di quell'evento. La finale di Wimbledon '80 è rappresentata come una partita in cui il match point, se vincesse McEnroe, sarebbe in realtà uno scacco al re, e Metz Pedersen e Sandhal mostrano il percorso obbligato dei due contendenti che, per indole o per pressioni esterne, sono entrambi condannati all'eccellenza. E al contempo fotografano efficacemente la trasformazione epocale del tennis da sport di gentiluomini a spettacolo di rockstar.
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